Room…freedom outside the skylight

Room Larson qui.press       Room qui.press

You will go out! Jump! Run! Sguscia via…comincia così, con un inno alla fuga, Room

l’incredibile film di Lenny Abrahamson fresco, fresco di Oscar per la miglior attrice protagonista Brie Larson  ma si poteva considerare una scommessa vinta in partenza. Brie Larson qui.press

Lo avevo visto in anteprima stampa alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma, a ottobre lo scorso anno e insieme a Freeheld di Peter Sollett e Truth di James Vanderbilt, il primo una produzione americana, il secondo una cooproduzione australiana e americana, e mi erano sembrati i migliori lungometraggi del 2015. Almeno quelli della selezione ufficiale di Roma.

Lo postai sulla pagina facebook…convinta che nessuno la pensasse come me. Mi sbagliavo.

Il premio dell’Academy alla Larson non è solo premio personale ma un riconoscimento meritato a chi ha creduto nel buon cinema irlandese e canadese, a chi ha saputo creare da un bestseller, come quello di Emma Donoghe, un capolavoro di emozioni. Ahimè… emozioni che ricordano i tristi fatti di cronaca. Ebbene sì, perché Room è la storia di un sequesto. Una ragazza costretta a vivere con suo figlio prigioniera di un bruto che sistematicamente abusa di lei in un capanno blindato da dove è impossibile uscire. Sette anni di privazione della libertà in nove metri quadrati, senza colpe da scontare e con il desiderio di tornare liberi nel mondo, quel mondo fuori la stanza che suo figlio non conosce. È proprio vero che la fantasia supera la realtà e spesso aiuta a sopravvivere. Lo è stato nella finzione per il piccolo Jack (Jacob Trembley) nato dalla violenza e per sua madre.Room qui.press

Forse è stato così per Natascha Kumpusch, quando fu rapita in Austria nel ’98 o per Jaycee Lee Dugard, vittima americana di un pedofilo sequestrata per diciotto anni o ancora per il caso di Elisabeth Fritzl, cui si è ispirata la Donoghe, ventiquattro anni di segregazione. Chissà se anche a loro l’immaginazione e la voglia di libertà le aveva aiutate. Certo che Room è un film che scardina le porte chiuse delle emozioni più profonde.

Non è solo l’amore incondizionato di una madre per un figlio anche se nato in condizioni difficili, è l’amore per la libertà.

Quando i due escogitano il piano per fuggire, riuscendoci, si troveranno nel mondo. Ma chi non ha mai visto o vissuto nel pianeta mondo può amarlo senza sapere cos’è? Sembra di sì. Se si cresce con una parvenza di normalità, di educazione e di rispetto. Allora anche dire buongiorno a una pianta o a un lavandino o vedere la luce del sole da uno spiraglio di cinquanta centimetri è uno stimolo alla sopravvivenza che aiuta a uscire dalla realtà per entrare, come nel film, nel mondo della fantasia o in alcuni casi per uscirne.

Room Jacob Trembley qui.press

Lenny AbrahamsonOttime non solo le interpretazioni degli attori, ma anche la regia che subito proietta lo spettatore nella claustrofobia della stanza.  Superba la sceneggiatura della stessa autrice del libro e potente al fotografia di Danny Cohen che coglie nelle sfumature del grigio seppia la sofferenza interiore e le difficoltà dei rapporti genitori/figli. Il tutto enfatizzato dalla colonna sonora di Stephen Rennich. Un bellissimo film che lascia il segno, un dramma dosato con maestria e delicatezza fatto di sensazioni e sorprese che solo un piccolo cast consapevole del proprio valore poteva realizzare. Distribuito da Universal Pictures International è nelle sale italiane da stasera. Non lasciatelo… sgusciare via!

 

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